Sabato 10 ottobre 2026 ore 10,00
Raduno davanti l’ingesso della sede della DIA a partire dalle ore 9,45
Via Stazione S. Lorenzo, 1 Palermo
Agata Bazzi, che ci accompagnerà nella visita, racconta:
Villa Ahrens era la casa di Albert e della sua famiglia. La storia dell’edificio si intreccia con quella di Palermo e con le vite di chi l’ha costruita, abitata e amata.
Oggi è sede della DIA. È passato molto tempo, questa casa è stata distrutta ma è stata recuperata. Ha rischiato di scomparire ma è stata salvata. È una casa che ha racchiuso tanti mondi, di affetti, di lavoro e anche di abbandono.
Nella seconda metà dell’Ottocento Palermo, città di governo dai tempi della fondazione fenicia, diventa una città industriale. Arrivano imprenditori di diverse nazionalità, attirati da manodopera e materie prime a basso costo, qualità ambientale, assenza di pressioni politiche. Gli industriali si fondono con l’alta società locale, fanno parte di circoli esclusivi, sposano con giovani nobildonne. Compaiono i cognomi Jung, Hoffman, Ducrot, Ingham, Withaker, Caflish, Muller, Sternheim, Lecerf. Alcuni sono ebrei, in fuga dall’antisemitismo dilagante in Europa che allora in Sicilia non c’era.
Albert Ahrens arriva a Palermo nel 1875. Ha 25 anni, viene da una famiglia modesta di Varel, in Bassa Sassonia. Deve avviare una succursale dell’attività commerciale e industriale di un suo parente. In poco tempo si mette in proprio. Vuole una moglie tedesca. La scelta ricade su Johanna Beniamin, che vive ad Amburgo. Si sposano per procura, Johanna arriva a Palermo.
Albert e Johanna si inseriscono nella vita della città, membri apprezzati della comunità tedesca. Lui ha un sogno: una villa fuori città, con un grande giardino, collegata a uno stabilimento enologico.
Come tecnico sceglie Ernesto Armò, giovane laureato del Politecnico di Torino che lavora con l’architetto Basile. Gli descrive una grande costruzione che ospiti una casa per la famiglia e uno stabilimento per produrre vino Marsala. È un’idea originale, la funzione residenziale e quella produttiva abitualmente sono separate e distanti. La villa deve, anche, essere sede di rappresentanza di una ditta. Ci saranno ricevimenti familiari, ma anche inviti per uomini d’affari, stranieri, politici.
I salottini più intimi, usati quotidianamente dalla famiglia, devono poter essere uniti e trasformati in saloni di rappresentanza. A tal fine si usa una nuova invenzione dell’architettura: le pareti mobili. E poi gli spazi del lavoro per operai, impiegati, uffici e cantine per riporre le botti, sale per i macchinari. Un ampio cortile e un rigoglioso giardino per la casa.
La villa unisce in un armonico insieme una vera casa di città e un’industria moderna. A Palermo è una novità, nata dalla fantasia di un visionario imprenditore tedesco. Villa Ahrens è una macchina complessa per lavorare e per vivere, un’innovazione dal punto di vista architettonico.
Nel tempo di costruzione della villa, Johanna mette al mondo sei figli. Altre due bambine nascono dopo il trasloco. Tra il primo e l’ultima, dodici anni di differenza.
Villa Ahrens è un’isola di cultura tedesca. Tedeschi i libri, le cameriere, le tate. Si parla solo tedesco. A Villa Ahrens viene costruito il primo campo da tennis privato della città. Sul grande ficus del giardino c’è una casetta di legno dove giocano i bambini.
Il rapporto tra la famiglia tedesca e la borgata di San Lorenzo è stretto: ogni giovedì pomeriggio si aprono i cancelli e si offre cibo e assistenza.
La villa è un approdo per gli stranieri di passaggio: l’ospite più importante, il Kaiser Wilhelm II.
Popolata di gonne, grembiuli e cuffie bianche, di bambini e ragazze che sciamano dappertutto, la villa, intesa come casa, è femmina. Dall’altra parte del cortile c’è lo stabilimento, che invece è terra di uomini: operai in camiciotto bianco, impiegati in cravatta. I rumori sono quelli dei carri sull’acciottolato e delle voci gravi degli uomini. L’odore, fortissimo, quello del mosto.
Con la morte dei due figli maschi, nel 1912 e nel 1919, comincia il declino della famiglia. Prima di tutto psicologico: muoiono la fiducia nel futuro, la forza di costruire.
Il 5 giugno 1927 la Ahrens & C. è messa in liquidazione. Albert cerca di vendere la proprietà, ma non ci riesce. Alla fine affitta la parte produttiva come deposito per materiali dell’esercito, il cortile è occupato da mezzi militari. Dichiarata edificio strategico per la difesa della patria, installano mitragliatrici sul tetto dei magazzini. Alla famiglia rimane solo la casa e il giardino.
Nel 1938, con le leggi razziali, agli ebrei vengono inibite le attività lavorative. Albert muore il 18 maggio 1938 e due anni dopo tutta la villa, oggetto di una valutazione modestissima, viene svenduta allo Stato. La famiglia va via in carrozza.
In quanto edificio strategico, nel 1943 è oggetto di un feroce bombardamento. La facciata chiara è piena di buchi, il grande balcone centrale di ferro battuto penzolante e semi divelto, i vetri in frantumi, il tetto sfondato. Il giardino secco, bruciato, abbandonato. Il berceau di ferro battuto, deformato e capovolto.
Nel 1962 il nuovo piano regolatore della città prevede la demolizione della villa per allargare una strada, ma lo Stato, proprietario, si oppone.
La villa viene prima trasformata in caserma, poi abbandonata.
Il 9 febbraio 2008 è intitolata una strada ad Albert Ahrens. In quella occasione la famiglia visita la villa che porta ancora i segni dei bombardamenti.
Alcuni anni dopo villa Ahrens, magnificamente restaurata grazie a otto milioni di euro stanziati dall’Unione europea, diventa sede della Direzione Investigativa Antimafia. Il 12 ottobre 2012 c’è l’inaugurazione, partecipa tutta la famiglia partecipa emozionata.
N.B.: Il libro di Agata Bazzi: “La luce è là” è disponibile on line.
N.B – Raduno davanti l’ingresso della Villa a partire dalle ore 9,45 -
ATTENZIONE:
Si invitano gli iscritti al TCI interessati alla visita a dare conferma della partecipazione alla mail:
entro e non oltre mercoledì 7 ottobre. Il numero massimo di partecipanti è 25.
Gli interessati al momento della conferma dovranno comunicare i dati anagrafiici da trasmettere alla Dia.
I non iscritti saranno ammessi solo a completamento del numero di iscritti al TCI partecipanti. In caso di richieste superiori al numero ammesso verrà organizzata una seconda visita.