C’è un’Italia che non fa rumore, ma tiene insieme il Paese. È quella dei piccoli Comuni tra i quali spiccano i 300 borghi Bandiera Arancione del Touring Club Italiano che – come è stato ricordato al Forum "Bandiera Arancione - Radici d'Italia" al Teatro del Casinò di Sanremo – “non rappresentano una periferia, ma una radice”. Per capire quanto questa radice sia davvero viva, la prof.ssa Carmen Bizzarri, docente professore associato di Geografia economica e autrice del volume La transizione turistica dei piccoli comuni italiani, ha dedicato oltre sei anni a un lavoro di ricerca sul campo, attraversando l’Italia e dialogando direttamente con centinaia di “sindaci eroici”. Ne è nato uno studio, presentato proprio al Forum Bandiera Arancione a Sanremo, che cambia il punto di vista: non più il turismo osservato dai flussi, ma i territori osservati dalla loro capacità di vivere. Ne ha parlato in questa intervista con Renata Cantamessa.

Professoressa Bizzarri, partiamo da qui: perché ha sentito il bisogno di cambiare il punto di osservazione sul turismo dei piccoli Comuni italiani?

«Perché mi sono resa conto che stavamo guardando nella direzione sbagliata. Negli ultimi anni, abbiamo prodotto moltissimi dati sui comportamenti dei turisti, ma molto meno sappiamo su ciò che accade dentro i territori che li accolgono. Io ho voluto rovesciare la prospettiva: capire se un Comune è vivo, prima ancora che attrattivo. Questo significa entrare nel merito dei servizi, della qualità della vita quotidiana, della capacità di una comunità di funzionare nel tempo. Perché un territorio può anche essere visitato, ma non necessariamente essere solido accogliente .»

Sassello - Foto di Giacomo Fè

La sua ricerca restituisce una vera e propria “radiografia” dei piccoli Comuni italiani. Che cosa emerge, se guardiamo ai dati?

«Emergono due elementi molto chiari. Il primo è che i piccoli Comuni non sono marginali: occupano oltre la metà del territorio italiano e in molte aree rappresentano la struttura stessa del Paese. Il secondo è che, nonostante questa centralità, restano fragili. Spesso sono poco accessibili, con servizi ridotti e segnati da una progressiva perdita di popolazione. Il dato più interessante è che questa situazione non è migliorata in modo significativo negli ultimi anni. Questo ci dice che il problema non è la loro presenza, ma il modello con cui li stiamo interpretando: una parte enorme dell’Italia non è marginale per dimensione, ma rischia di diventarlo per il loro  funzionamento.»

Nel suo lavoro emerge anche un paradosso: le infrastrutture moderne non sempre hanno avvicinato questi territori, ma in alcuni casi li hanno resi ancora più marginali. Che cosa significa?

«Significa che lo sviluppo non è stato pensato per loro. Le grandi infrastrutture hanno spesso rafforzato i poli principali, lasciando ai margini le aree interne. Questo ha prodotto una distanza non solo geografica, ma anche culturale, economica e sociale. E quando un territorio diventa difficile da raggiungere e da vivere, perde attrattività non solo per i turisti, ma anche per chi potrebbe sceglierlo come luogo di vita.»

Il Comune di Bagnone

Lei parla di una trasformazione economica profonda: i piccoli Comuni stanno diventando sempre più territori dei servizi. Che cosa significa davvero questo passaggio?

«Comporta un cambiamento radicale. Si passa da un’economia relativamente autonoma, legata alla produzione agricola, a un’economia dipendente, basata sui servizi, e in particolare sul turismo. Questo significa che il territorio vive sempre più in funzione di una domanda esterna non controllabile non controlla. È una trasformazione che porta opportunità, ma anche una perdita di autonomia strutturale. Se il turismo rallenta, il sistema si indebolisce. Per questo non può essere l’unica leva.»

Nel suo libro introduce un concetto molto forte: il “Turismocene”. Cosa significa e perché è importante per i piccoli Comuni?

«Il Turismocene è l’idea che il turismo sia diventato una forza capace di trasformare profondamente i territori. Non è più solo un settore economico: è un fenomeno che incide sulle comunità, sugli spazi, sulle identità. Può portare sviluppo, ma anche pressione, perdita di autenticità, omologazione. Per i piccoli Comuni questo è particolarmente evidente, perché sono più vulnerabili: possono diventare molto attrattivi, ma anche perdere rapidamente il proprio equilibrio.»

I dati sui flussi turistici mostrano che italiani e stranieri tendono a concentrarsi negli stessi piccoli Comuni. Che cosa ci dice questo fenomeno?

«Ci evidenzia che non abbiamo ancora costruito un sistema territoriale. Continuiamo a concentrare l’attenzione su alcune destinazioni, mentre altre restano invisibili. Questo genera squilibri: sovraccarico in alcuni territori e abbandono in altri. La sfida non è aumentare i flussi, ma distribuirli meglio, creando connessioni tra territori diversi.»

Il borgo di Brisighella

Lei introduce anche il concetto di “intelligenza territoriale”. Cosa significa, in concreto?

«Vuol dire saper leggere e governare il proprio territorio in modo consapevole. Non basta avere risorse: bisogna saperle mettere in relazione. L’intelligenza territoriale nasce dall’incontro tra valori, visione, dati e collaborazione tra i residenti . È ciò che permette a un territorio di evolvere senza perdere la propria identità.»

In questo senso, il modello delle Bandiere Arancioni si inserisce con coerenza in questa visione?

«Sì, perché non è un riconoscimento statico. È un percorso. La Bandiera Arancione aiuta i piccoli Comuni a migliorare la qualità dei servizi, dell’accoglienza, dell’organizzazione. Ma, soprattutto, introduce una cultura della progettualità. Oggi non basta essere “belli”: bisogna essere funzionanti, accessibili e coerenti.»

C’è stato un elemento che l’ha sorpresa più di altri durante la sua lunga e appassionante ricerca?

«La capacità di resilienza delle comunità. Nonostante le difficoltà, molti borghi piccoli comuni mostrano una vitalità che non emerge dai dati tradizionali. Si manifesta nella vitalità culturale, nelle relazioni, nella capacità di fare rete. È una forza silenziosa, ma decisiva. E molto contagiosa.»

Eppure resta un nodo cruciale: quello del ricambio generazionale…

«Sì, ed è una delle questioni più delicate. Oggi molti territori sono sostenuti da una generazione che ha costruito competenze e relazioni nel tempo. Ma il futuro dipende dalla capacità di attrarre nuove persone. E questo richiede un salto: non basta essere visitati, bisogna essere abitabili.»

Ad un certo punto il suo lavoro esce dai numeri e prende una forma diversa. È così che nasce “Dante nei Borghi”?

«Esatto. Dopo anni di ricerca, ho sentito il bisogno di restituire questi contenuti in modo più diretto. “Dante nei Borghi” è un format itinerante che porta la geografia nei territori, utilizzando Dante come chiave narrativa per raccontare luoghi, economie e comunità. È un modo per legare l’identità locale dandone una visione unitaria.»

Visitatori nel borgo di Dozza

Cosa accade quando i territori iniziano a raccontarsi in questo modo?

«Succede che cambiano sguardo su se stessi. E che le persone che li vivono iniziano a riconoscerne il valore. Questo è un passaggio fondamentale, perché spesso il problema non è la mancanza di risorse, ma quella di consapevolezza.»

Se dovesse lasciare un messaggio ai sindaci dei piccoli Comuni, quale sarebbe?

«Che stanno già facendo qualcosa di straordinario. Ma, oggi, serve un passo in più: passare dalla gestione alla visione. Mettere in relazione risorse, persone, idee. Costruire progetti con una prospettiva. Perché il futuro dei piccoli Comuni non dipenderà solo da ciò che hanno, ma da ciò che sapranno diventare.»

Forse, la risposta alla domanda iniziale è proprio questa: a tenere in piedi i piccoli Comuni italiani non è solo il turismo, né solo la bellezza. È una trama più sottile e più resistente: fatta di relazioni, di comunità, di capacità di evolvere. È lì che si gioca il futuro. Ed è da lì che, silenziosamente, l’Italia continua a ripartire dalle sue radici.